Raimon Panikkar

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Lo Spirito della Parola

 

 

I testi raccolti in questo volume riflettono l’attenzione e la cura che l’Autore ha dedicato, nell’arco di tutta la sua vita intellettuale, allo studio, all’interpretazione, all’ascolto e all’interrogazione della Parola, ed evocano, nella scelta di questa collezione, il potenziale immenso e dunque il rischio esistenziale implicito nell’uso della parola da parte dell’uomo.
I quattro testi affrontano il tema del rapporto fra Uomo, Realtà e Parola ciascuno da una particolare prospettiva. Sono stati pubblicati in differenti tempi e occasioni, e in differenti contesti culturali, dall’India alla Catalogna, e rispecchiano la formazione e i campi di indagine dell’Autore. Analizzano in modo sintetico e stimolante la problematica dal punto di vista filosofico, religioso e scientifico, facendo confluire in un’unica esperienza intellettuale e spirituale le intuizioni del pensiero dell’Oriente e dell’Occidente, e in particolare del pensiero dell’India e della filosofia e del cristianesimo occidentali. Nel prendere in considerazione il tema della parola, la sua carica creativa e il rischio concreto e attuale della sua mortificazione, e vedendo nella “loquacità”, nel talento di pronunciare e ascoltare la parola la caratteristica umana per eccellenza, Panikkar pone un problema che è arduo ignorare: cosa vuol dire essere Uomo, che vocazione e che destino implica, come è possibile per ciascuno di noi corrispondere alla propria umanità e soprattutto come evitare di vanificarla? Echeggiano qui tutti i temi cari all’Autore, così come nel corso della sua vita e della sua opera è venuto enunciandoli: la visione cosmoteandrica; il rapporto fra mythos e logos, fra pensiero immediato e non riflessivo e la sua estensione ragionevole e ragionata; la relazione fra fede e credo, fra identità e identificazione, fra lo slancio vitale e la norma (dharma) orientativa della propria vita; il dialogo come avventura dell’incontro con se stessi e con gli altri.
Il primo testo “Il potere della parola” è la rielaborazione di un saggio pubblicato in inglese in India. La trasposizione di una parola da un ambito culturale a un altro (ad esempio dall’Occidente cristiano all’India induista) rivela, se l’onestà intellettuale è trasparente, l’autonomia vitale di ogni parola vera nel suo legame con la totalità del linguaggio: traducendo ci si rende conto che non solo nel nuovo contesto la parola in questione si arricchisce di finora inaudite sfumature mentre perde parte di quelle originarie, ma, una volta tradotta, “riporta” almeno in parte la propria trasformazione anche nel suo contesto originario, così modificandolo. La parola è materia vivente, e come tale mai uguale a se stessa.
Il secondo articolo “La Parola creatrice di realtà” è il testo rivisitato e originariamente in catalano, di un discorso tenuto in occasione di un convegno sulla lingua catalana: di qui i riferimenti, soprattutto nella parte finale, ai problemi della lingua catalana, intesi come esempio della problematica delle lingue cosiddette marginali o minoritarie, a rischio di estinzione o di forme di conservazione più museali che vitali. In questo saggio, ampio e ricco di spunti, la parola è intesa non come un “prodotto” della realtà, ma come opera creatrice. La parola, nella sua intima natura, non è il mezzo di espressione del pensiero umano sulla realtà, una definizione sintetica di un pensiero, ma il simbolo della relazione costitutiva della realtà, nella capacità di ascolto umana.
Parole e termini” è un testo scritto originariamente come contributo al volume Esistenza, Mito, Ermeneutica e poi riscritto in inglese, versione da cui è stato tradotto in italiano con la revisione dell’Autore. La mentalità scientifica nominalista oggi imperante, tende a ridurre la parola a termine, a etichetta di definizione di un significato in essa contenuto. Si tende così a cercare la “parola giusta” che dica una volta per tutte e per tutti il significato univoco di cui non sarebbe che il veicolo. Ma questo corrisponde alla morte della lingua, che è viva e vivificante proprio perché cangiante e partecipe della vibrazione vitale. Chi parla, chi ascolta, il suono che dice e il significato detto sono i quattro elementi costitutivi della parola nessuno dei quali è superfluo o pleonastico: l’obbiettività della parola non è data dall’univocità del significato e della pronuncia ma dall’intersoggettività dei quattro elementi costitutivi che danno corpo unico alla parola.
Infine “Le parole della scrittura sono categorie religiose universali?” . Ovviamente il problema si pone non solo per il cristianesimo (vedi i problemi connessi al diffondersi del buddismo in Occidente) e non solo per la religione (il rapporto fra la filosofia occidentale e i pensieri filosofici orientali o africani, solo per fare un esempio). E’ il problema del futuro, in cui si gioca l’alternativa fra l’omologazione del pensiero e del linguaggio su di un unico modello politicamente ed economicamente vincente, e l’apertura all’incontro e alla relazionalità, nella prospettiva di un’avventura vitale che non dà certezze ma propone inaudite possibili novità.

Jiso Forzani

 

«Ecrire, pour moi, est autant vie intellectuelle
qu’expérience spirituelle…
cela me permet d’approfondir le mystère de la réalité.»